Sapevo stare al buio a contarmi le disperazioni. Affievolire i pensieri con fumo di alcol e sigarette maledette nel momento che venivano accese.
Potevo anestetizzare i sogni. Quelli che gli altri mi volevano cucire addosso.
Stavo bene finchè vivere in quel modo era l’unico che conoscevo.
Poi nella vita giochi sempre la stessa partita e finisce che sali di livello.
Così alto che sembra che sia sceso il paradiso in terra. A dirti che tutto è marcio meno un angolo che qualcuno ha riservato per voi.
E le giornate passate a indovinarci i pensieri fino a compiere gli stessi gesti.
E minuscole incomprensioni a incrinare la perfezione e quindi troppo stonate per far finta di non sentire.
E agitarsi per sguardi rivolti altrove. Per pensieri troppo lontani dal cuore. Per distanze che da fisiche potevano diventare mentali.
E la voce a calmarmi come 100 filtri di camomilla.
E passeggiare avanti e indietro in prigioni mentali fatti di gelosia e dipendenza. A convincermi di poter tornare indietro quando volevo. A convincermi che tutto è abitudine che si può spolverare.
A piangere su un cuscino la mia incapacità di fare a meno dei suoi occhi di brace. Che hanno fatto fumo di tutte le mie volontà.
Ed è come convincere il cuore a battere ad un ritmo che decidi tu. E’ come cercare di vedere al buio come i gatti.
Non ci riesci e maledici il tuo essere così limitato. Quando sai che ciò che ti limita ti rende migliore.
E cominci a trattenere il profumo della sua pelle nei tuoi polmoni. Per tutte le volte che ne hai fatto a meno.
Per tutte le volte che ti servirà in un pomeriggio dove scriverai il suo nome su un vetro appannato della tua camera.
Per tutte le volte in cui ti disconnettevi da uno schermo ma il tuo cuore non si spegneva mai.
E i treni a ricordarci che esistono differenze abissali tra un’ora insieme e un’ora da soli.
E distanze che sono state annullate nei desideri e nei sogni comuni.
Ma sanno fare male nelle domeniche sere a fissare una sveglia che ci avrebbe diviso.
E i pianti a convincermi che ne valeva la pena. E darti la schiena e i sensi di colpa per non riuscire ad essere forte.
Per non riuscire a credere che fossi un’eccezione. Che meritassi una felicità che avesse il tuo sorriso.
E continuavi ad abbracciarmi la vita e la Vita. A ripetermi che non sai niente ma vuoi solo me.
A ripetermi che sono la persona migliore del mondo. A scriverlo su biglietti che mi trovavo dappertutto mentre il controllore mi guardava stranito.
A cantarmi canzoni che parlavano di come nasce un amore cambiando i finali troppo tristi per me.
E riprenderò ad accarezzarti gli occhi quando tornerai stanco da una giornata troppo lunga senza di me.
E fingerò di non guardarti quando mi farai il verso per qualche parola inventata, per qualche mancanza che farà ridere solo te.
E mi affaccerò alla finestra sopra una piazza buia, calcolerò il percorso che dovrai fare in macchina per arrivare da me, stringermi tra le braccia e chiudere i sogni che non realizzeremo mai.
Perchè se coniughiamo i verbi al futuro la realtà sarà sempre migliore.
E verrà un tempo,ne sono sicura, in cui la neve scenderà solo per noi.






karina890
8 febbraio 2012 at 14:32
<3
:*
Claudio Guiduccio jedi Spega
9 febbraio 2012 at 22:50
I verbi al futuro, i sostantivi presenti !