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Che io capisco che il viaggio spesso non abbia una destinazione e nemmeno un motivo valido per mettersi in marcia. Che il viaggio trova un senso in se stesso. Però ringrazierei a braccia spalancate chi a fine viaggio mi facesse trovare in una scatola colorata un po’ di bigliettini, anche in ordine sparso, con altrettante risposte ad altrettante domande buttate come sassi nel lago in qualche giorno ordinario.
Tipo questa cosa qui, quella che è in bocca a tutti invano, quella di cui cantano tutti i musicisti e i poeti, quella roba che fa rima con sole e cuore, ma spiegatemi un po’ come si fa a riconoscere tra mille.
Mi piacerebbe solo sapere se le mie intuizioni sono state giuste o errate, se il mucchio di parole che mi hanno dedicato sono state dette e scritte pensando di amare veramente per la prima volta o sono state solo un’accozzaglia di lettere e sensazioni cresciute nella pancia, spese per altri occhi e poi riciclate per una nuova occasione.
ogni amore è unico e diverso. Sarà. Ma io continuo a pensare che ce ne sono di serie A e di serie B. E che dovrebbe alzare solo uno la coppa di Vero Amore.
Perchè alcuni baci hanno il sapore di Amore e altri invece sono solo riproduzioni e copie riuscite decisamente bene.
Non che poi faccia differenza. Di baci io continuo a darne anche se non ci sarà il marchio doc.
Però mi piacerebbe che con i capelli bianchi e le rughe sulle mani, ci sia da qualche parte qualcuno che ricordi le mie labbra e pensi che i nostri baci siano stati quelli che hanno fatto la differenza rispetto agli altri.
Se mi dice bene magari gli potrei prendere le mani e dirgli con gli occhi appannati “a che cosa stai pensando?”

e dargli un posto da chiamare casa, magari proprio in quell'incavo che si forma alla base del mio collo

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Pubblicato da su 15 luglio 2014 in Senza categoria

 

Mi chiedo se sia possibile circoscrivere il punto esatto in cui una relazione comincia a cedere, il momento preciso in cui il cuore pompa meno amore. Se ci siano segnali più o meno percepibili che ti debbano mettere in condizione di correre ai ripari e/o di calare le scialuppe chè il primo che riesce a mettersi in salvo è quello che ne uscirà con meno ferite e ammaccature e potrà quindi rimettersi in strada come se non fosse un reduce di guerra.
Mi chiedo se ci siano relazioni elitarie e fortunate che non crollano mai sotto il peso dei bombardamenti incessanti di abitudine, noia, silenzi e frasi ripetute decine di volte, che hanno lo stesso tono con cui le vecchiette rispondono al prete in coro.
Perchè gli uomini da soli sono deboli, fragili, incoerenti e profondamente instabili. Figuriamoci quando devono andare a braccetto con un’altra persona, specchio riflesso di stessi identici difetti.
Ho smesso di indossare gli abiti della romanticona che piagnucola in un vecchio cinema di periferia dove proiettono film in bianco e nero, quando ho cominciato ad avere la tachicardia solo per troppo tapis roulant in palestra. L’amore, nell’accezione di sudore freddo, cuore impazzito, voglia di vederlo e di baciarlo a tutte le ore del giorno e di fare pazzie solo per stare cinque minuti con lui, dura quanto un piatto di lasagne davanti a Giuliano Ferrara.
E per quanto ogni volta ti sembrerà che il cuore ti stia scoppiando nel petto e che “come lui nessuno mai”, la verità è che si tratta di sensazioni da divorare e fagocitare in un tempo breve. Talmente breve da non permettere alla ragione e ai pensieri di fluire e di arrivare allo stomaco a fare una strage di tutte quelle farfalle che sbattono le ali impazzite. Perchè dopo la fase istintiva di improvvisazione e di eccitazione e di offuscamento, arriva inesorabile quella dove cominci a toglierti i prosciutti di Parmacotto dagli occhi e vedi tutti i difetti che non pensavi nemmeno potessero essere così tanti e così fastidiosi. Come se tu avessi incontrato una creatura immune da imperfezioni, talmente perfetta da essere anche in grado di ignorare le tue di imperfezioni. E quindi arriva il momento dove le rispettive mancanze salgono sul ring e se la danno di santa ragione. E i lividi saranno così grossi che nemmeno il cerone delle star riuscirà a coprirli o renderli meno visibili. E l’amore diventa sopportazione e incomprensioni gestibili quando ti dice bene. Intolleranza ed egoismi all’ennesima potenza quando ti dice male.
La maggior parte si perderà e finirà a rincorrere qualcosa che dovrebbe essere più migliore assai. Sulla carta. Perchè nella pratica io nell’anima gemella che ha un filo rosso attaccato al mignolo indivisibile come dicono i Giapponesi o che sia la metà di una mela come diceva Platone, io non ci credo più di tanto. Credo che ci siano una moltitudine di persone con cui si può stare bene o più che bene o veramente straordinariamente bene. Ma tutte le cose belle sbiadiscono dopo un po’. Anche un maglione di cachemire se indossato tutti i giorni diventerà meno morbido. Il trucco è prendersene cura talmente tanto, talmente a lungo da non farlo cessare di essere il tuo maglione preferito, anche quando si sarà un po’ infeltrito. Che l’amore dovrebbe essere attaccamento a quello che si è dato, oltre a quello che si riceve.

 
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Pubblicato da su 7 luglio 2014 in Senza categoria

 

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Mi sono sempre chiesta dove vanno a finire le promesse degli amori finiti.
Se esiste un cimitero di “per sempre” e “mai” con fiori finti che nessuno si cura più di togliere.
L’amore è una strana malattia.
Ti costringe a stare a letto,senza fare niente, perchè niente c’è da fare.
La cura c’è, ci potrebbe essere.
Ma a volte passa da solo e ti conviene aspettare.
Che in giro dicono ancora che il tempo sia il miglior dottore.
Qualcuno tenta di vaccinarsi, qualcuno ci ricasca, qualcuno si mette kili di sciarpe e si copre bene per non infettarsi.
Mi sono sempre chiesta che scopo ha l’amore se finisce.
E’ un buon insegnante? O ti lascia ancora avido di lezioni?
O forse è un rischio. Un gioco d’azzardo dove vince chi vince e perde chi perde.
Niente recriminazioni. L’unica regola è che non esistono regole.
Bisogna puntare quello che si ha, quello che si creda sia giusto puntare, tutto o anche niente.
E sperare di non essere finiti in una roulette russa.

 
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Pubblicato da su 5 giugno 2014 in Senza categoria

 
Digressione

Ti danno zero possibilità,zero opportunità. Li devi pregare. Gli devi fare la corte. A lungo.

E vorrei che ti chiedessi con quanti cucchiaini di zucchero prendo il caffè. E se mai lo prendo il caffè. Forse non sai che amo il caffelatte. La giusta via di mezzo.
E vorrei che mi guardassi con desiderio. Vorrei che il tuo pensiero si fossilizzi sulla curva della mia schiena o sulla forma del mio seno mentre a lavoro o in qualsiasi altra circostanza in cui se con gente priva di importanza, ti pressano con responsabilità e fretta e mancanza di tempo sufficiente.
Vorrei non essere un pianeta inesplorato. Vorrei che conoscessi ogni imperfezione. Ogni ombra. Ogni sfumatura. E non ti sentissi sicuro quando non parlo.
Vorrei che i miei silenzi ti spaventassero. Che ogni sguardo che non ti rivolgo ti allerti e ti faccia passare la fame.
Vorrei che ti incantassi a vedermi imbambolata davanti ad un video musicale, un quadro che non comprendo, una poesia che mi scuote un po’, una musica che mi trovo a canticchiare senza rendermi conto di ciò che dico.
Vorrei che mi facessi domande scomode. Vorrei che fossi preoccupato per le risposte.
Vorrei che rimanessi sveglio tutta la notte per i miei malumori. Vorrei che ti sudassero le mani quando mi vedi apparire all’orizzonte. Vorrei che il cuore mancasse qualche battito quando mi vedi andare via.
Vorrei che nessuno si accorga mai quanto sei speciale. Vorrei che fossi una fraganza che rimane solo sulla mia pella. E vorrei che non andasse più via. Si mischiasse al mio odore e rimanga incastrata là.
Vorrei credere che la parola sempre abbia scelto noi per costruire la sua casa. Vorrei che tu avessi scelto me per costruire i tuoi domani.
Vorrei rincontrarti in un’altra vita. Ci chiameremo con un altro nome ma sarà sempre come fermare il mondo ogni volta che ci guarderemo.
Vorrei percorrere tante strade. Alcune panoramiche, altre più veloci, altre piene di traffico e di persone con cui condividere il viaggio. E ritrovarti sempre a casa al mio ritorno. Con un sorriso grande come il mondo.

Che solo io posso ammirare e percorrere con le mie dita.

A volte i vorrei sono più beffardi dei potrei

 
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Pubblicato da su 29 maggio 2014 in amore, pensieri e parole

 

Al limite chiamiamoci Alba

Le persone non sono ancore di salvezza. Non sono soluzioni. Non sono cure.

Se io per qualcuno rappresentassi una cosa del genere scapperei.
E non certo per salvare me.
Quanto per salvare lui.
Le mie gambe sorreggono solo me e le mani sono abituate a parare la caduta quando inciampo.
E le mie consapevolezze sono pronte al confronto ma non ad essere mutilate e divise in parti uguali.
Se proprio vogliamo essere qualcosa siamo il giorno e la notte. Due elementi separati e distinti, con i propri cicli e le proprie caratteristiche. Nessuno si appoggia a nessuno. Semplicemente sono due elementi forti e necessari che quando si incontrano creano qualcosa di meraviglioso e di unico. Ma di completamente separato e differente.
Che arricchisce. Senza sottrarre.

 
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Pubblicato da su 26 marzo 2013 in amore, me stessa medesima, pensieri e parole

 
Digressione

Ieri mi hanno detto “parlami di Napoli”. E io mica sapevo che rispondere. Che Napoli non è un luogo. Ma più un modo di vivere. E sì, sembra assurdo ma bisogna viverla per poterne parlarne con cognizione di causa. Come l’ho fatto io. Che in un anno ho cancellato 26 anni di preconcetti e mi son fatta abbracciare da questa signora elegante, che non ti abbraccia mai se non sei tu il primo a farle capire che non vuoi farle male.

Napoli sono le mie radici, quelle che a cui a lungo ho fatto finta di non appartenere perchè crescevo a Roma e volevo essere di Roma. La maestosa Roma. Quella che adoravo e che in confronto Napoli mi sembrava così misera. Napoli sono i vicoletti pieni di panni stesi all’ombra che li guardi e pensi “ma quando si asciugheranno?”, pieni di bambini che ti corrono tra i piedi e un po’ li mandi a quel paese e un po’ ci sorridi per il loro essere così barbari che ti vien sempre da pensare se una madre ce l’hanno, pieni di urla, di risate, di canzoni popolari che senti uscire da finestre minuscole. Napoli è l’odore di pizza, sfogliatella, babbà e caffè sempre buoni, è l’odore di mare incastrato nei palazzi, è il barista che ti mette sempre il bicchiere d’acqua anche se non lo vuoi, è la nonna che sull’autobus ti deve per forza raccontare i fatti suoi. Napoli è una parola antica, di cui ignori il significato, che si tramanda di generazioni, che ti fa sentire a casa, che ha un significato tutto suo, che non può essere tradotto che perderebbe sapore. Come una zuppa di latte senza pane. Napoli è una stazione che non finiva mai di essere finita (che probabilmente non significa niente e invece sì), è il tizio che disse “qui la metro non la stanno costruendo, la stanno cercando”, è il traffico irregolare agli incroci dove ognuno si butta in mezzo senza ordine, è le bestemmie e i vaffanculo che senti ad ogni angolo. Napoli è il mio migliore amico incontrato un giorno di dicembre davanti ad un Fast food che hanno smantellato. È un libro regalato in cambio di una cioccolata. È andare a San Martino e scoprire che non ci si va prima di laurearti. Napoli è tirare a campare, passeggiare senza sapere dove andare, un lungomare che riesce a darti pace anche quando è in tempesta, un Vesuvio imponente che sembra un gigante buono e addormentato e che hai paura di svegliare. Napoli è caos, disordine, confusione, amarezza, lotta, orgoglio e passione. La passione di chi ama anche quando sa che è complicato. E non ne uscirà niente di buono.

Napoli sono gli occhi di mia madre che mi raccontava di quando incontrò mio padre. Avevano dieci anni e lui le regalò un rosario. E poi tanto tempo dopo si baciarono un giorno di sole sopra Posillipo.

 
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Pubblicato da su 29 novembre 2012 in Senza categoria

 
Digressione

Torno qui, dove ho cominciato a scrivere.

Torno dopo aver navigato in altri lidi. Che la curiosità ha sempre ammazzato il gatto. Ma io questa lezione non l’ho mai compresa fino in fondo.

E quindi ora scrivo per me e il destinatario rimarrà sconosciuto. Come quelle lettere con un indirizzo scritto male, un postino troppo poco diligente, una serie di fattori che porteranno a lasciare quella lettera in fondo al magazzino, ad avere solo il tempo a cancellarne odori e intenzioni.

Scrivo per me che non sono una bella persona. E non parlo di esteriorità. Non parlo di occhi luminosi, bocca da baciare e capelli svolazzanti a incorniciare un viso che per qualcuno potrebbe essere paragonato ad un quadro.

Non sono una bella persona perchè il mio valore è prossimo allo zero. O forse arriva sotto il livello del mare, a nuotare con i gamberetti.

Non sono una brava amica. Pensavo di sì. Credevo che la disponibilità, la lealtà, la sincerità fossero doti importanti. Pensavo che non darsi a tutti ma a pochi fosse sinonimo di riservatezza e non sinonimo di presunzione. Ero convinta che asciugare le lacrime facesse la differenza. Ma evidentemente non basta. Occorre essere brillanti, originali, divertenti. Non occorre esserci se hai un problema. Occorre riuscire a trascinare nelle risate. Perchè saranno i momenti belli ad essere ricordati quando gli anni si accumuleranno a prendere polvere. I momenti brutti passano. E con loro chi ti è stato vicino. Io quindi non sono una brava amica.

Non sono una brava figlia. Non ci sono stata nel momento del bisogno. Per paura di non essere all’altezza. Per il dolore di non sentire la sofferenza di chi amavo. Mi sono lasciata vivere dentro una stanza solo mia. Solo io potevo accarezzare il mio dolore. Cercando negli altri qualcuno che li lenisse. Non sapendo che un genitore è l’unico in grado di amarti senza rinfacciartelo mai. Ho risposto a monosillabi a “come stai” sinceri. Gli unici che avevano il diritto ad una risposta sincera. Non ho parlato, mi sono nascosta. Mi sono donata a chi non mi conosceva e negata a chi mi ha messo al mondo. Non sono una brava figlia.

Non sono una brava fidanzata. Non dò attenzioni, non dò carezze, non aspetto dietro la porta la sera per saltargli al collo nel momento in cui entra dalla porta. Sono distratta, penso troppo agli altri, ricordo troppo emozioni passate e trascuro quelle semplici del presente. Lo dò per scontato. Faccio l’amore e poi mi asciugo le lacrime in bagno da sola. Credo che mi dovrebbe amare di meno. Mi considera troppo importante. Mi crede la migliore del mondo e non sono neppure in grado di sentirmi responsabile della sua felicità. Non sono una brava fidanzata.

Non sono una brava studentessa. Ho perso la voglia di conoscere, di appassionarmi a qualcosa, di sviscerare un problema e approfondirlo fino alla nausa. Ho perso la voglia di scrivere appunti ordinati con una bella calligrafia, da rileggere, modificare, migliorare. Ho perso la voglia di sapere, di incuriosirmi, di diventare qualcuno che avrebbe messo in pratica la giustizia, che avrebbe garantito il diritto di uno sconosciuto, che avrebbe punito il delitto di un delinquente. Non sono una brava studentessa.

Non sono una brava persona.

Scrivo parole che non saranno mai ascoltate da nessuno. Piango lacrime che non saranno mai asciugate da nessuno. Uccido il silenzio con delle note che non sono più in grado di suonare. Sorrido sempre. Ma non più con il cuore.

 
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Pubblicato da su 27 novembre 2012 in Senza categoria